Farina di sole e Basilicata

21 ottobre 2014
QUOTIDIANI
 
Non dimenticate, in attesa dei prossimi libri in arrivo del sottoscritto, per esempio, che, oltre agli altri,
copie de:
 
il romanzo breve "Farina di sole" (Senzapatria) e "Basilicata. La Lucania: terra dei boschi bruciati" (Golena)
 
si possono acquistare su tutti i siti internet commerciali e per materane e materani
presso La Libreria dell'Arco di Giovanni Moliterni e Nicola Tamburrino in piazzetta Pascoli vicino Palazzo Lanfranchi.
 

“Farina di sole”, di Nunzio Festa

Intervista di Marino Magliani

Nunzio Festa, Farina di sole (Senzapatria, 2011).

Una piacevolissima sorpresa, un romanzo costruito a quadri, fatto come di alte maree che si ritirano e ogni volta lasciano sul campo di battaglia una vita sconfitta. Ne parliamo con l’autore.

- Nunzio Festa, com’è nata l’idea di questo romanzo (si può chiamare romanzo?) politico che racconta le piaghe della prima repubblica e incontra persino Cesare Battisti?

Questo mio breve romanzo politico, civile, romanzo in quanto volevo fare un’opera innamorata delle vie del romanzo ma non degli schematismi di certi romanzi della contemporaneità, è stato ispirato dalla necessità di scrivere pagine che fossero rappresentative della mie idee più importanti: dunque troverete, come tu caro Marino, che sei tra l’altro stato il lettore più attento e intelligente del testo prima della sua pubblicazione, hai già sottolineato, come nel testo per esempio s’incontri Cesare Battisti: la cavia più bella di questo tempo, l’ex combattente, ma oggi scrittore e soggetto messo al muro, che m’ha fatto aderire alla causa del gruppo internazionale di solidarietà a suo favore. Per la libertà. Per la giustizia. Ma in questo mio romanzo ho provato a ragionare sul concetto stesso d’identità. Come sui tanti momenti di furto statale della prima repubblica e d’ogni repubblica possibile, almeno fin quando l’idea di governo e amministrazione saranno quelle oggi in piazza e il potere continuerà a reggersi.

- Le grandi parti del libro sono quelle in cui l’io narrante racconta la sua immobilità, e poi quando appare la voce della madre, le cose che lui le detta, e infine le immagini di un passato epico, riuscitissime, attraverso le campagne desolate e popolate dai banditi nel sud: il Risorgimento. La rivendicazione di un popolo spogliato, depredato. La scoperta del nemico: i piemontesi.

Come dicevo, infatti, ho tentato di ragionare sull’identità. E lettrici e lettori mi diranno il resto. Allo stesso tempo non è possibile, a maggior ragione oggi, non far parlare le madri che reggono spesso il mondo sulle proprie spalle. Mentre rispetto al “quadro”, riprendendo il tuo stesso mirato termine di descrizione, che narra il passato attraverso il racconto delle gesta d’un pezzettino di Mezzogiorno in rivolta, che di certo non stava facendo la rivoluzione eppure almeno allora faceva ‘tumulti’ (riprendo in questo caso la terminologia recentemente ripresa dai TQ), la natura vissuta dai briganti, per esempio, è già di per sé affascinante, inoltre condita dalle tane di questi modesti rappresentanti degli ultimi che riuscirono e vollero fare lotta armata contro l’invasione dell’oppressore piemontese inviato dal potere d’allora, diventa superba. Magari oggi ci fosse quel coraggio d’inventare resistenza e almeno in un certo senso rispettare il territorio nel e sul quale si vive.

- Senzapatria è un editore che mi sembra cerchi voci come la tua, la ricerca del linguaggio, l’originalità. Cose che altrove farebbero storcere il naso. L’avevano letto in molti prima di Cannella?

Per dire tutta la verità e soltanto il vero, devo affermare che oltre a diversi miei amici e conoscenti scrittrici e scrittori, poetesse e poeti ecc., pochi editori avevano letto Farina di sole. Comunque bocciandolo. In quanto, a parte la struttura ammetto difficile della trama, del racconto, hanno pensato di darmi qualche ideale pacchettina sulla spalla e farmi auguri. Invece Carlo Cannella, oltre a leggere alla velocità della luce il dattiloscritto, è stato sempre corretto ma soprattutto ha sposato immediatamente la lingua e gli ambienti dello scritto. Mai infatti finirò di ringraziarlo. Come devo ringraziare anche te che oggi mi poni questi interrogativi interessantissimi e dopo avermi sostenuto durante il periodo di difficoltà della proposta editoriale.

- Tu sei anche poeta e editore. E sei un artista del Sud, della Basilicata, di un posto tra terre, ma che per uno come me che se n’è fatto un’idea vaga, assomiglia a un posto di frontiera.

Vivo nella Lucania della marginalità. Dei margini non affrontati. La mia Basilicata è un piccola nave che perde passeggeri in continuazione: sa di spopolamento e di consumi sbagliati. Si fa d’alcol e di droga. Non legge. E dalle sue vene partono globuli verso altri posti. In crisi e senza crisi. Quando più e quanto meno, eppur sempre. La mia terra è fatta da piccole comunità che difficilmente superano le cinque mila entità. Paesi che distano decine di chilometri uno dall’altro, spesso comunque moltissimi di per sé, e che in più paiono separati da fiumi di distanza. Quando Arminio fotografa essenzialmente le sue Zone, mette parole che sono anche delle zone mie, utili a spiegare persino le mie, di zone. Se non ci sbrighiamo, innanzitutto noi di queste lande finiremo inghiottiti prima dagli uomini purtroppo rapaci e poi dalle frane che sono l’unico fenomeno naturale capace di tenerci in pensiero.

 

Basilicata. La Lucania: terra dei boschi bruciati di Nunzio Festa

basilicata_PRIMA_golenaAssociazione culturale Golena – 2013

Nota di lettura di Rosa Salvia

In questo saggio così dettagliato e preciso sulla propria terra, La Lucania: terra dei boschi bruciati, a causa del problema dei numerosi incendi boschivi provocati ogni estate, più che da piromani occasionali, soprattutto dalla piaga “di una pastorizia anti-sociale,” Nunzio Festa palesa quell’amore che ciascun lucano ha inciso nel proprio silenzio, come su pietra, e che nessuna mano, neppure quella del Tempo, può raschiare.

Con dovizia di annotazioni storiche, di costumi e tradizioni popolari, di vicende legate ora a una famiglia, una chiesa, un monumento, talora a incontri e accostamenti significativi o anche casuali, com’è spesso la vita, talora alla stessa biografia dell’autore che nasce e vive a Pomarico, si snoda il racconto di una terra stretta in una morsa fatta di Puglia, Calabria e Campania, “la terra del rimorso senza morsi di tarantole e vampiri” come l’autore ama definirla, con due piccoli sbocchi sul mare: uno sul mar Ionio, l’altro sul mar Tirreno. Un racconto che comincia da Maratea, la “Perla del Tirreno”, e percorre tanti piccoli paesi, i più ricchi di memorie e suggestioni, paesi messi in fila come perle di una collana, paesi sia del potentino che del materano. E Potenza e Matera sono i due capoluoghi di regione.

L’autore scrive con l’intento di cercare di essere uno con tutto ciò che vive e con tutto ciò che è stato vissuto, consapevole del valore e della verità di un mondo semplice e duro, che non vuole perdere, assolutamente, ma che vorrebbe vedere riscattato.

Vuole essere uno con tutto ciò che vive e che è stato vissuto nella speranza di ricomporre l’immagine di una terra che, invece, è soggetta alla ferrea fatalità di essere frammentaria, a molti sconosciuta, da altri dimenticata. Una piccola nave da cui ogni giorno scende qualche passeggero. Perciò la necessità di raccontarne la storia, di fissarla nella memoria, affinché essa sia per ciascuno di noi una specie di confessione e di purificazione.

Per fare ciò è necessaria la coscienza dello spigolatore che erra per un campo di stoppie. Occorre sapere, infatti, che il padrone – il Tempo – ha mietuto il grano. E in questa ottica Nunzio Festa con pazienza e abilità certosina raccoglie ogni fuscello del passato e del presente, ogni più piccolo dettaglio.

In tal senso perciò questo libro non deve essere letto come un vademecum per conoscere la Basilicata, come una semplice guida che ne illustra i tanti angoli sconosciuti e straordinari, il taglio anomalo che Nunzio Festa dà alla narrazione lo rende più complesso ed avvincente. E’ come se le pietre e gli oggetti stessi parlassero, in uno snodarsi di aspetti talora contraddittori che ci mostrano una Lucania viva, ricca di vestigia storiche e di cultura per certi aspetti, per altri villaggio, arcaico mondo contadino tra i riflessi sofferti di giorni senza fine.

Questa compresenza è il fascino della Basilicata, ma è anche il peso che questa terra sopporta. Gravata dal suo passato non è stato né sarà mai facile per lei liberarsi dei propri fantasmi.

Il tono complessivo della narrazione, nella semplicità che è anche ricchezza di immagini, oscilla tra il vagheggiamento e l’ironia; atteggiamenti che, comunque, consentono all’autore di esprimere i propri stati d’animo e le proprie acute e talvolta amare riflessioni. E il filo rosso che traversa “sempre” questo “viaggio” è il fuoco degli incendi boschivi che non risparmia alcuna zona di questa terra dal fascino misterioso e discreto.

A questo punto desidero soffermarmi su qualche aspetto relativo ai paesi più baciati dalla cultura e dalla poesia e lasciare al lettore il gusto di scoprire quel che l’autore scrive sui tanti paesetti spesso dimenticati, paesi di vecchi, paesi di emigrati, in cui i giovani si contano sulla punta delle dita, paesi in cui la vita scorre sempre uguale.

Maratea “vive nel suo mare e ha fatto sposalizio con la terra”, con i suoi monti, le sue grotte, le sue quarantaquattro chiese, benedetta, dall’alto di monte San Biagio, dalla bianca statua del Cristo, fatto a immagine e somiglianza del gigante di Rio de Janeiro. Maratea sempre in lotta con “la lurida sete dei conquistadores,” Maratea che ispirò col suo incanto un romanzo a quattro mani rimasto incompiuto, scritto da Cesare Pavese e Bianca Garufi e poi altri scrittori come Italo Calvino ed Elio Vittorini e Camilla Cederna e Indro Montanelli e Giorgio Bassani; e più recentemente scrittori lucani come Gaetano Cappelli e Andrea Di Consoli.

Venosa, terra natale di Orazio di cui Festa ci offre preziose informazioni, ma anche terra natale del fotoreporter di guerra, Raffaele Ciriello che vi nacque nel 1959. Ciriello ucciso a Ramallah, in Palestina, da un tank israeliano in azione di rastrellamento mentre lavorava per il Corriere della sera di cui Festa scrive “non bastan fiaccole di pace e colori di testimonianza. Serve la verità”.

Montemurro, patria del poeta Leonardo Sinisgalli di cui Festa ci regala questi versi tratti dalla silloge Vidi le Muse che Sinisgalli pubblicò con Mondadori nel 1943:

“Sulla collina / io certo vidi le Muse / appollaiate tra le foglie. / Io vidi allora le Muse / tra le foglie larghe delle querce / mangiare ghiande e coccole. / Vidi le muse su una quercia / secolare che gracchiavano. / Meravigliato il mio cuore / chiesi al mio cuore meravigliato / io dissi al mio cuore la meraviglia”.

Ma anche patria di briganti quali Antonio Cotugno, Culopizzuto che imperversò per parecchio e, ancor prima, patria di Giacinto Albini, parlamentare del Regno d’Italia che sostenne l’insurrezione a favore della venuta di Garibaldi dalla Sicilia, per scacciare i borboni.

Potenza, città natale dello statista democristiano Emilio Colombo, ora senatore a vita, la cui politica massonica e clientelare viene analizzata dal giornalista materano Leonardo Sacco nel saggio “Il cemento del potere. Storia di Emilio Colombo e della sua città” , De Donato, 1982, un saggio rieditato tre volte di cui lo già citato Andrea Di Consoli scrive: “ Leonardo Sacco ben analizza il paternalismo di Colombo, quel suo agire furtivamente, comune per comune, casa per casa, nei confronti dei suoi elettori, e nei confronti dei pasdaran del verbo colombiano che presidiavano capillarmente la geografia del consenso […] “….

Ma Potenza è anche luogo di nascita di poeti come Beppe Salvia e Vito Riviello che “hanno scritto dentro e fuori Potenza” e di scrittori come Gaetano Cappelli e Giancarlo Tramutoli “che scrivono fuori e dentro Potenza”.

Valsinni, anticamente Favale, culla natale della poetessa di scuola petrarchesca Isabella di Morra, figlia dell’allora barone Gian Michele Di Morra, uccisa, a soli ventisei anni, nel 1546, nel castello di Morra dai fratelli. Isabella che rappresenta lo sfortunato destino di tutte le donne sottomesse alla prevaricazione maschile. “Dove però la resistenza di testimonianza si fa poesia.”

Di Isabella, Festa ripropone questi versi:” i fieri assalti di crudel Fortuna / scrivo, piangendo la mia verde etate, / ma che ‘n si vili ed orride contrade / spendo il mio tempo senza loda alcuna. / Degno il sepolcro, se fu vil la cuna, / vo procacciando con le Muse amate, / e spero ritrovar qualche pietate / malgrado della cieca aspra importuna; / e, col piacer de le sacrate Dive, / se non col corpo, almen con l’alma sciolta, / essere in pregio a più felici rive. / Questa spoglia, dove or mi trovo involta / forse tale alto re nel mondo vive, / che ‘n saldi marmi la terrà sepolta”.

Tricarico, che diede i natali al poeta Rocco Scotellaro, sindaco del paese nel 1946 a soli ventitré anni, morto poi a Portici nel 1953 a soli trent’anni a causa del suo cuore ballerino. Dalla raccolta “Sempre nuova è l’alba” Festa riporta l‘incipit di questo componimento: “Non gridatemi più dentro, / non soffiatemi in cuore / i vostri fiati caldi, contadini. / Beviamoci insieme una tazza colma di vino! / che all’ilare tempo della sera / s’acquieti il nostro vento disperato.” […]

E la superba e tanto citata chiusa : “Altre ali fuggiranno / dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova”.

Come si evince da questi versi la poesia di Scotellaro è anche capace di grande sintesi incisiva, proprio perché la sua è una parola pesante, sempre espressivamente carica, che tende a liberarsi di elementi accessori o di orpelli per giungere subito a bersaglio, molto lontana da tanta poesia contemporanea verbosa e ruffiana.

Matera, la città dei Sassi, divenuti nel 1993 “Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco”, la città delle grotte scavate nella calcarenite e delle chiese rupestri che hanno nei secoli profanato la roccia murgiana, di cui Festa scrive: “Storia e preistoria che i Sassi sentono e rappresentano, sono un dna che la sostanza umana ancora non riesce a spiegarsi”.

Dunque voce di amore e di protesta, come capita spesso in terre difficili e umiliate, quella di Nunzio Festa, che risuona anche nelle sue poesie di cui, in conclusione, ne riporto qualcuna dalla raccolta inedita: Paese e sera.

Comincio dal componimento Paese è sera, che Festa dedica allo scrittore Flavio Arminio:

“di giorno nei paesi / è proprio facile / quanto difficile che / si faccia tutto sera / la vecchia ha sonno incontrollabile / e il vizio di mettersi / a origliare / tutto o un po’ di tutto / fuorché la sedia sua / la nostra prua / tua / spesso è quella del ragazzino / che sente la disco: / non pensa che al miracolo della fuga / a dire: ci riesco?”

In borghi e siti

“in borghi / siti / non c’è tempo in / questo tempo / il lampo d’una radio / che nel cuore della città / è come il resto / siamo in siti / somiglianti / e diversi / lo spazio grande / fa la stessa / e altra borghesia / puzzolente del piccolo / il ricciolo della statua / affronta l’impatto / con le lingue mulatte / ed è possibile arrostire / il vangelo al posto del maiale” /

Attenzioni componimento dedicato allo scrittore Andrea Di Consoli

“soste / pause / toste cause non ci sono / ma nel paese è da fermare / la dolcezza del sapore / si sentono i fiumi delle battaglie / non siamo qui / solamente pronti / a sbattere tovaglioli e tovaglie / perché nelle nostre teste / teniamo il peso dei tempi / malati / e non c’avranno / più bendati a pregare / a fare da rilegatori con inchiostri / d’altri più maturi / o con serenità / prima di noi già freschi e strafatti” /

Rigogliose geometrie

“e la cittadina / quadrata e inquadrata / ma lunga / allungata / è stata cerri e pini / d’aleppo / ha avuto funghi / di bosco / troppo vino / rettangolare / e rettangoli di lavoro / dolo di cassa integrazione / poro da cui: la prossima generazione”.

In prossimità

“ Tra tutte le tinte / delle tele e delle terre / tocco i tetti degli alberi / sento il sale e il sole / senza sosta / soffrire” /

 

 

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